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Paure ed emozioni

«Io ho un demone»: Marco, la rabbia e la paura di diventare padre

Lo chiamavano quando c'era da fare rissa. Diceva di avere un demone dentro. Ma sotto la rabbia c'era un'altra paura: diventare padre.

Andrea Mamone · 25 ottobre 2026

Quel giorno, per tenerlo fermo, ci si erano messi in sei.

Quando tutto fu finito, un amico lo guardò come si guarda uno sconosciuto. «Marco, tu non sei normale. Ti abbiamo retto in sei, e sembravi avere la forza di dieci persone. Ma che c'hai?»

E lui rispose con l'unica parola che aveva trovato da ragazzo per spiegarselo:

«Io ho un demone. È come se in quei momenti si impossessasse di me.»

L'amico lo guardò come si guarda un matto.

«È ancora amico mio», mi ha raccontato Marco, quasi ridendo. «Però penso che mi reputi scemo.»

Un giorno sì e l'altro pure

Quando abbiamo cominciato a lavorare insieme, gli ho chiesto quante volte si arrabbiava.

«Un giorno sì e l'altro pure.»

E al giorno, quante volte?

«Eh, tante.»

Volavano le cose. Tiro martello, tiro forbici, tiro un po' di tutto. Poi, quando gli passava, andava a cercarle in giro per il giardino.

Gli ho chiesto di descrivermi cosa sentiva, un pezzo alla volta, come se dovesse insegnarlo a me. Un fuoco che parte dalla pancia e sale. «Che esplodo. Che esplode da un momento all'altro.»

E se lo tratteneva era peggio. «Sto male tutto il giorno. È come se mangiassi una cosa che brucia: hai bisogno di risputarla.»

Al lavoro lo sapevano tutti. Quando c'era da fare rissa, chiamavano lui. E c'erano giorni, mi ha confessato, in cui si sarebbe messo a girare tutto il giorno intorno a una rotonda, finché qualcuno non si fermava per litigare.

La sua compagna glielo diceva: «Ti devo fare un video, perché tu non ti rendi conto. Ti trasformi. Sembri un'altra persona.» Il video non l'ha mai fatto.

«È come stare chiuso in una scatola», mi ha detto. «Peggio delle sbarre. Dalle sbarre qualcosa vedi.»

La paura sotto la rabbia

Marco sapeva benissimo cosa gli costava. «Allontani le persone. Allontani lo stare bene.» E dopo tre minuti, ogni volta, si pentiva.

Voleva smettere. «Lo vorrei sopprimere, ma ancora non ci riesco.»

Nella seconda sessione gli ho fatto ripetere alcune frasi, una alla volta, per sentire quali erano ancora vere dentro di lui.

«Ho un demone dentro di me.» La sento mia.

«Sono perfetto.» «È lontana da me questa parola. Lontanissima.»

«Devo essere il più forte.» Gli ho chiesto perché. Il più forte per cosa? Rispetto a chi?

Si è fermato. E la risposta è arrivata da sola.

«Mi è venuto in mente un figlio.»

Lui e la sua compagna desideravano un bambino. E Marco aveva paura. Non della rabbia: di diventare padre con quella rabbia dentro.

«La paura mia è che se non riesco a disinnescare questa bomba... con un figlio devi avere una pazienza stratosferica, che io al momento non ho. Basta un niente per esplodere.»

Perché volerlo non bastava

Il tuo cervello non registra. Prevede. Lo fa usando la tua base informativa: le esperienze che hai vissuto e il significato che hai dato loro.

Nella base informativa di Marco, da bambino, si era scritta una regola: devo essere il più forte. Non era un pensiero. Era una necessità. E così ogni piccola contrarietà, un lucchetto che cade, una persona che non rispetta il turno, il suo sistema la leggeva come una sfida da vincere. Prima ancora che lui potesse scegliere, il fuoco era già partito.

Con la testa sapeva che non serviva. Ma la reazione arrivava prima della scelta.

Durante le sessioni la base informativa si amplia e avviene il Riequilibrio Informazionale. Era il 2023: il nome sarebbe arrivato dopo, ma quello che è avvenuto è lo stesso.

Quindi cosa cambia?

Cambia quello che il tuo sistema si aspetta. I fatti restano quelli, ma non li vede più nello stesso modo, e non fanno più male. Quel fuoco si è spento, e adesso il tuo sistema lo sa. Le reazioni cambiano da sole, senza sforzo.

Alla fine della seconda sessione gli ho chiesto di ripetere la stessa frase dell'inizio.

«Ho un demone dentro di me.»

Questa volta: «Non suscita reazione.»

E poi: «Sono perfetto. E fino a dieci minuti fa avrei detto di no.»

Una settimana dopo

La sessione successiva è cominciata così.

«Allora, io non ho più avuto la famosa rabbia.»

L'aveva detto anche alla sua compagna: «Fra, c'è qualcosa che non va.» Che cosa? «Non ho più quella rabbia.»

Quella mattina gli era caduto il lucchetto del cancello, e aveva dovuto riaprire tutto. «Di solito avrei...» Ha lasciato la frase a metà. «Però no. Molto tranquillo.»

Qualche giorno prima era andato a un appuntamento importante, partito apposta la mattina presto. Arrivato lì, non c'era nessuno a riceverlo. «In tempi non sospetti avrei chiamato il 113.» Invece niente. «Mi sono detto: adesso, se non scoppio oggi, non scoppio più.»

Non è scoppiato.

«E come stai, con questo nuovo Marco che sta saltando fuori?»

«Molto tranquillo. Molto tranquillo, Andrea.»

«Non vuoi il Marco di prima, vero?»

«No. No, no. Per carità.»

Poi ha trovato le parole per dire che cosa era successo:

«Questa tranquillità, questa pace.» Era già dentro di te? «Sì. Bisognava cercarla bene.»

Il dispensatore di tranquillità

Qualche tempo dopo, al lavoro, un collega stava litigando con un camionista. Questa volta Marco non è andato a fare rissa. Ha preso il collega da parte e gli ha chiesto se voleva davvero portarsi la rabbia a casa, o se non era meglio tornare dai suoi figli e portarli fuori a mangiare un gelato.

I colleghi lo guardavano senza crederci. Lui, che chiamavano quando c'era da menare le mani.

Me lo ha raccontato con una frase che ricordo così: «Andrea, sono diventato il dispensatore di tranquillità.» Ho scritto di quel giorno in La rabbia che ti porti a casa.

Un anno dopo

Ad aprile dell'anno dopo, in una sessione su tutt'altro, gli ho chiesto che cosa gli servisse. Pensava di rispondere «tranquillità». Poi si è accorto che ce l'aveva già.

«Al momento sono tranquillo. Anche troppo, forse. Una vita col coltello fra i denti. Adesso questo coltello l'ho posato.»

Il Riequilibrio Informazionale avviene durante le sessioni e continua a lavorare anche dopo, nei giorni e nei mesi. Il nuovo modo di agire e di essere e le nuove risposte così possono consolidarsi, fino a diventare spontanee. È così che avviene quella che osservo come Evoluzione Naturale.

La foto

Poi, un giorno, mi è arrivato un messaggio su WhatsApp. Una foto, e poche righe.

Marco con in braccio il figlio appena nato, e il suo messaggio su WhatsApp: Forse in questa foto ci sta tutto quello che volevo, un figlio, la tranquillità e la rabbia sparita.
Il messaggio di Marco, con la foto.

Mi è tornata in mente una cosa che gli avevo detto proprio nella seconda sessione, quando parlavamo della sua paura di diventare padre. Gli avevo raccontato di mio figlio:

«Mio figlio ha fatto vedere l'ombra che c'era in me. E magari il tuo tira fuori l'angelo che c'è in te.»

Non so se sia un angelo.

So che in quella foto c'è un padre tranquillo.

La sua compagna, Francesca, ha fatto un percorso suo, nello stesso periodo. La sua storia è in «Mi sentivo fortissima».

Una domanda per te

C'è una reazione che senti così tua da averle dato un nome? Raccontalo solo se ti va.

Se vuoi conoscere il Riequilibrio Informazionale e il percorso Cominciare dal Cuore, trovi qui le informazioni.

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