Paure ed emozioni
La rabbia che ti porti a casa: quando una discussione entra nelle relazioni
Una discussione al lavoro può seguirti fino a casa. Il racconto di Paolo e di un gelato apre una riflessione sulla rabbia e sulle persone che abbiamo accanto.
La rabbia non finisce quando smetti di discutere: a volte ti segue fino a casa e colpisce chi non c’entra nulla.
Prima lo chiamavano quando c’era da fare rissa. Poi un giorno mi raccontò di essere diventato il dispensatore di tranquillità.
Ti parlo di Paolo, una persona con cui avevo cominciato un percorso. All’inizio mi aveva descritto la sua rabbia come un demone dentro che lo obbligava ad arrabbiarsi. Al lavoro conoscevano bene le sue reazioni.
Un giorno un collega lo andò a cercare perché un camionista stava facendo storie con un’altra persona. Paolo raggiunse il collega coinvolto e cominciò a parlargli.
Mi raccontò di averlo invitato a lasciar perdere. Conoscevano quel camionista, sapevano come si comportava. Continuare a discutere non avrebbe portato a nulla. Anzi, avrebbe finito solo per mangiarsi il fegato.
Gli domandò, in sostanza: «Ma vuoi portarti la rabbia a casa e magari prendertela con i tuoi figli, o non sarebbe meglio arrivare a casa e portarli fuori a mangiare un gelato?»
Gli altri colleghi non credevano ai propri occhi. Lo guardavano stupiti. Erano abituati a vederlo arrabbiarsi, come un toro infuriato. Quella volta era stato lui ad aiutare un collega a ritrovare un po’ di tranquillità.
Quando me lo raccontò, usò un’espressione che ricordo così: «Andre, mi hai fatto diventare un dispensatore di tranquillità».
Quello che continuiamo a portarci dentro
E quel gelato, nel suo racconto, mi fa pensare a qualcosa che può riguardare molti di noi.
Una discussione finisce, ma dentro molte volte continua. Ripensiamo a quello che ci hanno detto, a come ci hanno trattato, a ciò che avremmo voluto rispondere. Poi arriviamo a casa e basta una domanda, una richiesta, qualcosa fuori posto per farci reagire come non avremmo voluto.
La persona che abbiamo davanti non sa tutto quello che ci stiamo portando dentro. Eppure si ritrova a riceverne una parte.
Magari ce ne accorgiamo dal tono della nostra voce. Dalla fretta con cui rispondiamo, dalla poca disponibilità ad ascoltare. Qualcuno ci chiede una cosa semplice e dentro la viviamo come un’altra richiesta, un altro peso, qualcosa che arriva quando ci sembra di avere già dato abbastanza.
Sono esempi nei quali potresti riconoscerti. A volte il momento che fa partire la reazione è piccolo, mentre ciò che ci portiamo dietro ha cominciato a pesare molto prima.
Riconoscerlo può aiutarci a capire a chi stiamo rispondendo davvero. Alla persona che abbiamo davanti? Oppure anche a una discussione che, dentro di noi, non è ancora finita?
Quando una reazione diventa il modo in cui ci descriviamo
In una sessione successiva al racconto del gelato, Paolo mi confidò che si era rassegnato all’idea di dover vivere così per tutta la vita, con quel modo di comportarsi sempre in agguato.
Mi colpisce questo passaggio. Quando una reazione si ripete tante volte, possiamo arrivare a considerarla parte di ciò che siamo. Cominciamo a descriverci attraverso quella reazione e facciamo fatica a immaginare che qualcosa possa cambiare.
Paolo, nel frattempo, stava cominciando ad accorgersi di risposte diverse anche nelle piccole contrarietà quotidiane.
All’inizio della nostra terza sessione mi aveva raccontato del lucchetto del cancello che gli era caduto. Nel descrivere quello che avrebbe fatto di solito, aveva lasciato la frase a metà. Poi aveva aggiunto: «Però no, molto tranquillo».
La calma gli era sembrata tanto insolita da parlarne anche con la sua compagna, dicendole che c’era qualcosa che non andava: non sentiva più quella rabbia.
Quello del lucchetto e quello del gelato sono due episodi del suo percorso. Raccontano ciò di cui lui stesso si stava accorgendo: il modo in cui viveva alcune situazioni stava cambiando. E questo cambiamento cominciava a essere visibile anche alle persone che lavoravano con lui.
Che cosa intendo quando parlo di Alchimia della Rabbia
Quando parlo di Alchimia della Rabbia, penso anche a come il cambiamento nel nostro modo di vivere una situazione possa entrare nelle relazioni, nel modo in cui rispondiamo e incontriamo le persone che abbiamo accanto.
Nel mio lavoro mi interessa esplorare ciò che si attiva dentro di noi: che cosa ci ferisce, quale significato attribuiamo a un comportamento, che cosa cominciamo a pensare di noi stessi quando ci sentiamo trattati in un certo modo.
Ci sentiamo messi da parte? Poco considerati? Ci sembra di doverci difendere o dimostrare qualcosa? Sono domande da esplorare nella storia della singola persona, senza dare per scontato che la risposta sia uguale per tutti.
Nel mio approccio integro anche il lavoro spirituale con i Codici di Luce del Creatore. Lo inserisco in un percorso che considera mente, corpo, cuore e spirito, con attenzione al vissuto della persona e a ciò che riconosce nella propria esperienza.
Il racconto di Paolo rimane la sua esperienza. Ciò che trovo prezioso è il modo concreto in cui me la portava: un lucchetto caduto, un collega con cui parlare, una frase che prima difficilmente avrebbe detto.
Prima di entrare in casa
Se ti riconosci in questo racconto, puoi cominciare da una domanda semplice: che cosa mi sto portando dentro, adesso?
Puoi fermarti a riconoscere quale episodio continui a ripensare e che cosa ti ha colpito. Poi osservare chi hai davanti e come vorresti incontrarlo.
È un piccolo momento di ascolto. Non serve usarlo per rimproverarti anche di essere arrabbiato. Può aiutarti a vedere ciò che sta succedendo prima che diventi un’altra risposta di cui poi ti dispiace.
Se hai già risposto male, puoi anche tornare dalla persona e riconoscerlo: spiegare che ti stavi portando dietro una giornata difficile, assumendoti la responsabilità del modo in cui le hai parlato.
Nel racconto di Paolo, il gelato era un invito a pensare a quel ritorno a casa. A chi avrebbe trovato il collega, a come desiderava stare con la propria famiglia.
È questo il particolare che mi è rimasto.
Paolo è un nome di fantasia, scelto per rispettare la riservatezza della persona. I dialoghi del racconto del gelato sono riportati secondo il mio ricordo.
Ti è mai capitato di portarti a casa la rabbia di una giornata e ritrovarti a riversarla su tuo figlio o sul tuo partner? Da che cosa te ne sei accorto? Raccontalo solo se ti va.
Se desideri conoscere il lavoro che propongo su questo tema, trovi maggiori informazioni nella pagina di Alchimia della Rabbia.