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Genitori e figli

Il Babbo Nascosto: la storia di Wondy

Per vent'anni Wondy ha creduto che suo padre fosse morto. Poi ha cercato in tutti i modi di liberarsi da quel vuoto. Questa è la sua storia, raccontata nel suo libro «Il Babbo Nascosto».

Andrea Mamone · 22 ottobre 2026

Aveva vent'anni. Era una giornata di primavera, di quelle in cui non riesci a stare chiusa in casa, e lei e sua madre giravano in macchina per le colline, senza una meta. Lo facevano spesso. La macchina era l'unico posto dove potevano parlare senza che la nonna sentisse.

Quel pomeriggio sua madre accostò in uno spiazzo e fermò l'auto.

«Ti ho sempre detto che papà era morto in un incidente stradale. In realtà…»

Si interruppe. Il silenzio sembrò non finire mai.

«In realtà tuo padre non è morto.»

Wondy racconta che il paesaggio intorno a lei sembrò sciogliersi. Che quella frase le rimbombò dentro per giorni, come un'eco in una valle.

Tuo padre non è morto. Non è morto. Non è morto.

Per vent'anni aveva creduto a un'altra storia. Un sorpasso nella nebbia, un'auto contro un albero. Da bambina chiedeva di andare a trovarlo al cimitero, e la risposta era sempre la stessa: è sepolto lontano, in una grande città, non si può. Di notte piangeva con la faccia nel cuscino, piano, per non farsi sentire dalla mamma.

E adesso scopriva che suo padre era vivo. Che aveva un'altra famiglia. Che se n'era andato poco prima che lei nascesse, e non si era fatto vedere mai più.

Wondy oggi è una manager. Questa storia l'ha raccontata lei, in un romanzo autobiografico che si intitola «Il Babbo Nascosto». In quel libro, a un certo punto, arrivo anch'io. Lei mi ha chiamato Enea.

Ma prima di arrivarci, devi sapere quanto ha cercato.

Tutto quello che ha provato

Qualche tempo dopo trovò il suo numero di telefono. Suo padre abitava a pochi chilometri da casa sua.

Per tutta la vita, a pochi chilometri.

Scrisse un discorso in inglese, la lingua di suo padre. Dentro c'era tutta la rabbia di vent'anni. Compose il numero con il foglio in mano. Al terzo squillo rispose un uomo con una voce fioca, tremante, la voce di un vecchio malato.

«Pronto.»

E lei non riuscì a dire una parola.

Ci riprovò per settimane. Ogni volta quel «Pronto» così debole, ogni volta lo stesso nodo in gola. Finché un giorno rispose una donna, scocciata: «Chi parla?». Da quel giorno Wondy smise di chiamare.

Quando seppe che era morto, andò a cercare la sua tomba. Entrò da sola, con un'orchidea bianca. Sulla lapide c'erano il nome e le date.

Nessuna foto.

Era la scena che sognava da ragazzina: una bambina ferma davanti alla tomba di suo padre, e nessuna foto. Lì pianse come non si era mai permessa di piangere, e alla fine gridò: «Grazie papà!»

Si sentì meglio. Pensava di aver chiuso.

Poi lo yoga. La meditazione. Le vacanze da sola, per conoscersi meglio. I libri sulla felicità, uno dopo l'altro sul comodino. Un capo saggio, che le voleva bene e le insegnò a guardare il suo dolore da un'altra prospettiva.

Lei scrive: «In parte ci riuscii. Ma ancora non bastava.»

La rabbia verso gli uomini restava. L'invidia per le famiglie felici, papà, mamma e bambina, restava. E quando vedeva un padre affettuoso con sua figlia, per strada o in un film, tornava la stessa tristezza di sempre.

Aveva capito. Aveva perdonato, ringraziato, cambiato prospettiva.

Eppure dentro non cambiava niente.

Perché?

Quando un'informazione manca

Il tuo cervello non registra. Prevede. Lo fa usando la tua base informativa: tutto quello che hai vissuto, e il significato che gli hai dato. Davanti a ogni situazione apre i cassetti che conosce e si prepara a quello che, secondo lui, sta per succedere.

Se un'informazione manca, il cassetto resta vuoto. E il tuo sistema lo riempie con quello che ha. Una bambina che cresce senza un padre, senza una sua foto, senza una tomba dove portare un fiore, può arrivare a una conclusione che nessuno le ha mai detto ad alta voce.

Non sono amabile e devo proteggermi.

Con la testa puoi sapere che non è così. Puoi perdonare, ringraziare, leggere cento libri. Ma quel cassetto si apre da solo, ogni volta che passa una famiglia felice. E il tuo sistema resta in zona gialla, pronto a difenderti da un dolore che risale a trent'anni prima. Come quando hai imparato che il fuoco scotta, non ti serve toccarlo trent'anni dopo per sapere che ti puoi bruciare.

Durante le sessioni la base informativa si amplia e avviene qualcosa. Avviene il Riequilibrio Informazionale.

I fatti restano quelli. Pirandello, nei «Sei personaggi in cerca d'autore», lo fa dire al Padre: «Un fatto è come un sacco: vuoto, non si regge.» A tenerlo in piedi è quello che ci mettiamo dentro.

Quindi cosa cambia?

Cambia quello che il tuo sistema si aspetta, perché quei fatti non li vede più nello stesso modo. Non fanno più male. Quel fuoco si è spento, e adesso il tuo sistema lo sa. Le reazioni cambiano da sole, naturalmente, senza sforzo. E così esci dalla paura e dallo stress, ed entri nel Flow.

Wondy questo non lo sapeva. E io, quando sono arrivato in Svizzera, non sapevo niente di lei.

La Svizzera

Era il 2018. L'azienda dove lavorava mi aveva chiamato per un corso di PNL ai dipendenti. Alla fine del corso l'amministratore delegato mi chiese di fare delle sessioni singole con i suoi collaboratori e i suoi manager, a cominciare dal responsabile dell'amministrazione.

Così per un periodo sono andato in Svizzera, in azienda, a lavorare con loro. Ognuno con le sue cose. È stato un bel lavoro, mi è piaciuto molto, e tutti hanno ottenuto risultati notevoli.

Tra loro c'era anche Wondy.

Nel libro racconta così il nostro primo incontro.

Si sedette davanti a me, un po' in imbarazzo. Si era preparata delle domande e se le era dimenticate tutte. «Oddio! Non mi ricordo più cosa volessi chiederti!»

Le chiesi di parlarmi un po' di sé, del suo lavoro. Mi disse che si trovava bene, che stimava molto il suo capo, che la sua saggezza l'aveva aiutata tanto…

E si fermò. Le si riempirono gli occhi.

«Sai, a me è mancato il papà, o meglio il babbo…»

Non riuscì ad andare avanti. Le lacrime caddero sulla scrivania che ci separava, tanti piccoli cerchi lucidi. Si scusò. «Pensavo di stare benissimo… Invece, guarda che disastro!»

Le dissi: «Non sono disastri! Si chiamano emozioni.» E le passai un fazzoletto. Capita spesso, nei miei incontri.

Poi le chiesi di suo padre.

«Non l'ho mai conosciuto. Lo credevo morto. In realtà, mi è stato tenuto nascosto…»

«Vuoi bene a te stessa?»

Le chiesi di darmi la mano. Le feci alcune domande: cosa pensava degli uomini, cosa provava per suo padre. Poi le chiesi:

«Vuoi bene a te stessa?»

Silenzio.

Lei scrive che in quell'attimo, che le sembrò interminabile, cercò disperatamente la risposta giusta. O forse non voleva ammettere la verità.

Gliela rifeci. «Vuoi bene a te stessa?»

E lì vide una cosa che non aveva mai visto: per tutta la vita era stata così concentrata su quello che le era mancato, da non riuscire a volersi bene. La colpa era sempre stata di Lui, il babbo nascosto.

Le chiesi se mi permetteva di aiutarla. «Certamente!» Chiusi gli occhi e rimasi in silenzio. Anche lei, senza che glielo chiedessi, chiuse i suoi.

Poi le feci la stessa domanda, per la terza volta.

«Sì.»

Senza esitare. «Questa volta con piena convinzione», scrive.

E racconta così quello che è successo dentro di lei: «È come se la mia anima avesse percepito che Lui, il mio babbo, a suo modo mi avesse realmente amato.»

Era l'informazione che le mancava da sempre. Nessun libro gliel'aveva potuta dare.

Abbiamo continuato a lavorare insieme anche dopo, su altre cose della sua vita. Ma nel libro c'è quel momento. È quello che le è rimasto dentro.

Qualche mese dopo

Il cambiamento, quando avviene così, è dolce. Così dolce che all'inizio non te ne accorgi.

Wondy se ne accorse qualche mese dopo. Era più calma. La rabbia verso gli uomini non c'era più. L'invidia per le famiglie felici, quella che arrivava puntuale ogni volta, era sparita. Un padre che teneva per mano sua figlia non le faceva più male. La tristezza che l'aveva accompagnata per tutta la vita se n'era andata.

Aspettò ancora qualche mese, per essere sicura che durasse. Poi un giorno entrò nell'ufficio del suo capo, quello che per anni aveva cercato di aiutarla, con un sorriso che le illuminava la faccia.

«Signor Edoardo, non ci crederà… Ora vedo mio padre sotto un'altra luce. La rabbia e l'invidia sono sparite del tutto. Non provo più alcun dolore!»

Fu lui a dirle di raccontarlo. Stava per diventare giornalista: perché non scrivere la sua storia?

L'ultimo capitolo del libro è una passeggiata sul lago, la sera, da sola. Sul sentiero incrocia una coppia di innamorati, mano nella mano, con in braccio la loro bambina. La scena che per tutta la vita le aveva stretto lo stomaco.

«Stavolta li guardai con dolcezza. Nessuna invidia.»

Si siede sulla terrazza di un piccolo albergo, sotto un glicine in fiore, ordina un'acqua con il limone, e scrive che per la prima volta dopo tanto tempo si sente libera.

Suo padre è rimasto quello che era: un uomo che se n'è andato. Sono cambiati gli occhi con cui lei guarda la sua storia. E da lì, scrive, si è liberata anche la capacità di amare se stessa.

Un capitolo intero

Quando Wondy mi disse che mi avrebbe dedicato un capitolo intero, fui entusiasta. Veramente entusiasta. Sapevo che il nostro lavoro aveva portato un grosso cambiamento in lei, ma non pensavo fino al punto di dire: «Cavoli, gli dedico un capitolo nel libro».

La prima volta che l'ho letto, pensavo ci fosse scritto di più. Adesso che l'ho riletto a distanza di tempo, con un me diverso, vedo quante belle parole ha scritto su di me e su quello che abbiamo fatto insieme.

Lei me lo ripeteva sempre: «È grazie a te che mi hai ridato la vita». E cercava di fare in modo che anche le sue amiche facessero quello che aveva fatto lei.

La sala della presentazione di «Il Babbo Nascosto» a Roma
Roma, Stadio di Domiziano: la presentazione di «Il Babbo Nascosto».

A Roma il libro fu presentato nei sotterranei dello Stadio di Domiziano, sotto piazza Navona. Ero seduto in prima fila. La serata la moderava Giancarla Rondinelli, giornalista del TG1. Appena cominciata la presentazione, davanti a tutti disse a Wondy: tra tutti gli uomini che hai descritto nel libro, e sono tanti, l'unico veramente interessante, quello che mi ha colpito di più, è Enea.

Ero io.

Wondy Rossini e Andrea Mamone alla presentazione del libro a Roma
Wondy e io (alias Enea), la sera della presentazione.
Wondy Rossini e Giancarla Rondinelli sul palco della presentazione
Wondy con Giancarla Rondinelli, che moderava la serata.

Il libro di Wondy

Wondy Rossini è nata e cresciuta in Italia e oggi vive in Svizzera, in compagnia del suo amato gatto Sphynx, Sissi. Parla sei lingue, è laureata in Relazioni Pubbliche e Comunicazione d'Impresa e ha vissuto per un periodo a New York, dove ha frequentato la New York University.

«Il Babbo Nascosto» è il suo romanzo d'esordio. Allo Switzerland Literary Prize 2022 ha ricevuto un riconoscimento per il particolare valore artistico dell'opera. Trovi il libro su Amazon, e la sua testimonianza tra le esperienze delle persone che ho accompagnato.

Prima che avesse un nome

Quando ho lavorato con Wondy non avevo ancora i Codici di Luce del Creatore: sarebbero arrivati dopo. E non avevo ancora le parole che facessero da contenitore alle spiegazioni di ciò che avveniva nelle sessioni. Ma avveniva già: un'informazione che mancava trovava il suo posto, e una reazione che sembrava parte di lei smetteva di presentarsi.

Oggi so che quello che avviene è il Riequilibrio Informazionale. E quando avviene, nella persona cambia tutto, come è cambiato tutto per Wondy. La sua storia ne è una riconferma, scritta da lei, con le sue parole, quando ha visto che la pace interiore che cercava da tanto tempo era finalmente arrivata.

Una domanda per te

C'è qualcosa che hai capito con la testa, che hai perdonato, magari anche ringraziato, e che dentro continua a fare male? Raccontalo solo se ti va.

Forse non serve un altro sforzo. Forse c'è solo un'informazione che ancora ti manca. Se vuoi capire come avviene il Riequilibrio Informazionale, trovi tutto nella pagina dedicata, oppure puoi scrivermi.

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