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Genitori e figli

«Lui è così»: quando una parola diventa un confine

Una frase detta senza cattiveria, ripetuta abbastanza volte, smette di descrivere un momento e comincia a descrivere una persona. E due parole che riaprono tutto.

Andrea Mamone · 23 agosto 2026

Succede quasi sempre davanti a qualcun altro.

Sei al parco, o a cena da amici, o in fila da qualche parte. Tuo figlio fa una cosa. Si nasconde dietro di te, alza la voce, si rifiuta di salutare, rovescia il bicchiere per la seconda volta. E tu, per spiegare, per scusarti, per riempire quel silenzio un po’ imbarazzato, dici la frase.

«Eh, lui è così.»

La dici senza pensarci. Senza cattiveria, questo va detto subito. Spesso la dici persino con affetto, con quel mezzo sorriso rassegnato di chi conosce suo figlio e ha smesso di combattere su quel punto lì.

E lui, che è a mezzo metro da te, sente tutto.

Provalo adesso, ti prendo trenta secondi

Non crederci sulla parola. Su queste cose fidarsi di quello che dice un altro serve a poco, mentre provare serve moltissimo.

Dillo a te stesso, piano, come se lo stessi dicendo davvero:

«Oggi è pigro.»

Fermati un attimo e osserva cosa succede nel tuo immaginario. Che immagine ti arriva di tuo figlio. Cosa ti aspetti da lui domani mattina.

Adesso togli la prima parola. Dillo di nuovo:

«È pigro.»

E osserva ancora.

Non è la stessa cosa, vero?

Nella prima frase c’è una giornata storta. Nella seconda c’è un bambino. È sparita una parola sola, e con lei è sparito il domani.

Se lo hai provato davvero e hai sentito la differenza, mi piacerebbe saperlo.

Studio e pratico la programmazione neurolinguistica dal 1998, e questa è una delle prime cose che ho imparato: le parole non fotografano la realtà, la organizzano. Quando dici «è timido», non stai riportando un dato. Stai proponendo una cornice dentro cui tutto quello che quel bambino farà da domani in poi verrà interpretato. Da te, dagli altri, e alla fine anche da lui.

Un bambino costruisce se stesso con i mattoni che gli dai

Un adulto ha già una sua idea di chi è. Se qualcuno gli dice «tu sei pigro», può pensare che quella persona si sbagli.

Un bambino no. Un bambino l’idea di chi è la sta ancora costruendo, e i materiali glieli passi tu. Non sono le tue intenzioni, non è l’amore che provi, non sono le cose che pensi di lui la sera quando dorme. Sono le parole che gli arrivano addosso quando sei stanco, quando sei di fretta, quando devi spiegare a qualcun altro perché tuo figlio si sta comportando in quel modo.

«È il difficile dei due.» «È lento.» «È quello che piange sempre.» «Non è portato per la matematica.» «È fatto così.»

Nessuna di queste frasi è una bugia. Probabilmente in quel momento descrivevano qualcosa di vero.

Il problema è che una descrizione ripetuta abbastanza volte smette di essere una descrizione e diventa un confine. Un perimetro dentro cui muoversi. E i bambini, che ci vogliono bene molto più di quanto immaginiamo, tendono a rispettarlo.

Anche le etichette belle sono etichette

Qui c’è una cosa che quasi nessuno dice.

Non funziona così solo con le parole negative.

«È il bravo di casa.» «È quello responsabile.» «Lei è la forte, non ha mai dato problemi.» «È il mio piccolo uomo.» «È un pagliaccetto.»

Sembrano complimenti, o battute affettuose. Molti genitori le dicono proprio per incoraggiare, o per sdrammatizzare.

Ma prova a metterti dentro quel vestito. Se sei il bravo, che spazio hai per sbagliare? Se sei quella forte, a chi lo dici che oggi non ce la fai? Se sei il piccolo uomo di casa, quando ti è permesso di essere ancora un bambino?

Ho incontrato molte donne adulte che portavano addosso, a quarant’anni, l’etichetta di «quella che non dava problemi». Erano cresciute imparando che il loro posto nel mondo dipendeva dal non pesare. Nessuno gliel’aveva mai detto in modo esplicito. Era arrivato dentro una frase gentile, ripetuta per anni.

Le gabbie fatte di complimenti sono le più difficili da vedere, perché nessuno ti crede quando dici che ti stanno strette.

Due parole che riaprono tutto

Adesso la parte pratica, che è anche la più semplice.

Non ti serve smettere di descrivere tuo figlio. Non è possibile e non è nemmeno utile: hai bisogno di parlare di lui, con il partner, con la maestra, con i nonni.

Ti serve aggiungere due parole.

Fino ad oggi.

«Fino ad oggi ha reagito così.» «Fino adesso, con le persone nuove, fa fatica.» «Fino ad ora io l’ho visto in questo modo.»

Guarda cosa succede. Non stai negando niente. Quello che è successo è successo, e non serve raccontarsi favole o fingere che vada tutto bene quando non va. Il comportamento resta esattamente quello che era.

Cambia solo una cosa: hai rimesso il tempo dentro la frase.

Dire «fino ad oggi» riconosce il passato senza consegnargli il futuro.

E per un bambino questa è la differenza tra sentirsi raccontare una fotografia e sentirsi raccontare una condanna.

Perché due sillabe pesano così tanto

C’è una frase che uso spesso nel mio lavoro: se non hai una seconda scelta di comportamento, sei schiavo di te stesso.

Un’etichetta fa esattamente questo. Toglie la seconda scelta.

Se tuo figlio «è timido», allora domani, davanti a una situazione nuova, ha una sola strada disponibile: fare il timido. È quello che è, no? E anche tu, quando lo vedi esitare, non vedi un bambino che oggi esita. Vedi la conferma di quello che sapevi già. Lui si comporta come previsto, tu lo interpreti come previsto, e il cerchio si chiude un altro po’.

«Fino ad oggi» apre una crepa in quel cerchio. Piccola, ma sufficiente.

Perché se il modo in cui si è comportato riguarda il passato, allora domani è ancora una pagina aperta. Per lui, e anche per te.

Anche solo questa differenza può evitare di tarpare le possibilità future di un figlio.

Non è magia, e voglio essere onesto

Non ti sto dicendo che cambiando una parola cambia tuo figlio.

Le parole non trasformano la realtà per conto loro. Non esiste nessuna formula, e chi ti vende formule ti sta prendendo in giro. Un bambino ha il suo temperamento, la sua storia, la sua scuola, i suoi amici, un mondo intero che non passa da te.

Quello che le parole spostano è più modesto e più concreto: spostano le aspettative, i significati, quello che ti aspetti di vedere e quindi quello che vedi, e lo spazio di manovra che senza accorgerti concedi o togli.

È poco? A me non sembra poco. Sono anni che osservo cosa succede quando quello spazio si allarga anche di un dito.

E le parole che dici a te stesso

C’è un’ultima cosa, e forse è quella che conta di più.

Se hai letto fin qui, è probabile che a un certo punto ti sia venuto in mente qualcosa che hai detto e che adesso ti pesa un po’.

Sta’ attento a cosa fai con quel peso.

Perché la trappola è esattamente la stessa. «Sono una madre che etichetta suo figlio.» «Sono un padre che sbaglia sempre.» «Io sono fatto così, non riesco a cambiare.»

Hai appena fatto a te stesso quello che stiamo cercando di non fare a lui.

Prova anche qui. Fino ad oggi l’ho detto in quel modo. Fino ad oggi non lo sapevo. Da domani ho una parola in più.

Non ti serve essere un genitore perfetto. Ti serve poter rientrare nella relazione dopo che qualcosa è andato storto. Quello i figli lo imparano molto più dalle nostre riparazioni che dalle nostre performance.

Un esperimento per questa settimana

Non ti chiedo di cambiare il tuo modo di parlare. Ti chiedo una cosa sola, e dura tre giorni.

Per tre giorni, quando ti accorgi di stare per dire «è», fermati mezzo secondo e aggiungi «fino ad oggi».

Non tutte le volte. Ti accorgerai di quante volte lo dici e ti verrà da ridere, o da arrabbiarti con te stesso, e nessuna delle due serve. Fallo quando ci riesci.

Poi osserva due cose.

La prima: che faccia fa tuo figlio. Certe volte non succede niente. Certe volte alza gli occhi.

La seconda, che secondo me è la più interessante: come ti senti tu mentre lo dici. Perché quella frase non riapre solo il futuro di tuo figlio. Riapre anche il tuo, di genitore che magari si era già rassegnato a una certa idea di come vanno le cose in casa vostra.

Una domanda per te

Qual è la frase che dici più spesso su tuo figlio?

Prova a scriverla. Poi rileggila e chiediti: sto descrivendo un momento, o sto descrivendo una persona?

Una domanda per te

Qual è la frase che dici più spesso su tuo figlio?

Domenica 6 settembre, dalle 10 alle 18, c’è Alchimia della Relazione Genitoriale. È una giornata esperienziale, in un gruppo piccolo, dove lavoriamo proprio su questo: le parole che chiudono e quelle che aprono, cosa si muove dentro di noi quando un figlio ci attiva, e come si trova una risposta diversa proprio nel momento in cui dentro è tutto in tempesta.

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Un abbraccio,Andrea Mamone