Genitori e figli
Era sempre arrabbiata e non sapeva più perché
Giulia è venuta da me per la sua rabbia. Quello che è cambiato in casa, dopo, continua a farmi riflettere.
Giulia è arrivata da me arrabbiata.
Arrabbiata nella vita di tutti i giorni, arrabbiata sul lavoro, arrabbiata in un modo che non riusciva più a spiegarsi. Sotto la rabbia c'era un'insicurezza che la accompagnava ovunque. Voleva ritrovare un po' di stabilità. Voleva un modo diverso di stare nelle relazioni e nelle cose di ogni giorno.
È venuta per questo. Per sé.
Abbiamo lavorato solo su di lei
Durante il percorso Cominciare dal Cuore abbiamo lavorato sempre e soltanto su Giulia. Sulle sue esperienze. Sulle sue emozioni. Sulla relazione con se stessa. Su quello che voleva per la propria vita.
Anche quando raccontava di casa, il lavoro restava lì. Sulla sua rabbia. Sul modo in cui entrava nelle stanze.
Poi, in una sessione, mi ha raccontato una cosa di suo figlio.
Era ormai un ragazzo, e la notte aveva ancora bisogno del pannolone. Lei ne era dispiaciuta e lui se ne vergognava. In casa era una cosa che tenevano fra loro, e non usciva da lì. Lei aveva provato di tutto, e quando dico di tutto intendo davvero di tutto. Niente era servito.
Su di lui non abbiamo lavorato, nemmeno a distanza. Mai. Non è mia la competenza medica o psicologica, e non è il mio lavoro.
Quello che è cambiato in lei
Con il tempo Giulia ha cominciato a sentirsi diversa.
Più stabile. Più sicura. Più in pace con se stessa. La rabbia che per anni aveva guidato le sue giornate ha lasciato spazio a un altro modo di affrontare il lavoro, le relazioni, le giornate.
Anche nel suo ruolo di madre ha cominciato a sentirsi più sicura. Reggeva i suoi limiti senza esplodere. Entrava in casa con un'altra faccia.
Quello che è successo dopo
A un certo punto mi ha detto che suo figlio aveva smesso. Il letto era asciutto.
Noi su di lui non avevamo lavorato nemmeno un minuto.
Non abbiamo cercato di stabilire un nesso. Abbiamo constatato un dato di fatto. Poteva succedere comunque: il tempo, la crescita, mille altre cose che non conosco e che non pretendo di conoscere.
Quello che so è la sequenza. Per anni Giulia aveva cercato una soluzione fuori di sé. Poi ha iniziato a guardare dentro di sé, la propria rabbia e il proprio modo di stare in relazione con se stessa e con gli altri. E in quel periodo qualcosa è cambiato anche in casa.
Probabilmente la maggior sicurezza della madre ha portato a creare uno spazio emotivo nuovo anche nel figlio.
Non posso cambiare il mondo intorno a me
Questo è uno dei principi più concreti del mio lavoro:
non posso cambiare direttamente il mondo intorno a me, ma cambiando me stesso il mondo intorno a me cambia.
Cambiando lo stato emotivo da cui incontro l'altro, cambiano le parole che nascono in me, il tono della voce, ciò che trasmetto prima ancora di parlare e i limiti che riesco a sostenere senza esplodere.
Questo non vuol dire decidere come risponde l'altro. Vuol dire cambiare il punto da cui parto quando entro nella relazione.
E un figlio percepisce immediatamente da dove lo stai guardando.
Percepisce se lo incontri con calma oppure con la tensione che ti sei portata dietro dalla giornata. Percepisce se stai cercando di controllarlo o di comprenderlo. Percepisce se lo vedi per quello che è, oppure se gli stai attribuendo paure e aspettative che appartengono alla tua storia. E soprattutto percepisce se in casa c'è uno spazio nuovo, nel quale può rilassarsi ed essere se stesso.
Una casa è fatta soprattutto dello stato d'animo con cui comunichiamo. Piccoli gesti, piccole espressioni facciali, un respiro o un sospiro. Le parole vengono dopo.
Non si tratta di attribuire le colpe
Qui voglio che ti fermi un attimo, perché è il punto in cui si potrebbero fare più danni.
Attribuire la colpa o attribuirsi la colpa è uno dei problemi maggiori. La colpa chiude, condanna, immobilizza. Non ha mai guarito nessuno e non guarirà te.
Quello che vive tuo figlio appartiene alla sua esperienza. E quello che vivi tu appartiene alla tua. Allo stesso tempo,
la relazione tra voi si intreccia e può mostrarti qualcosa che vive dentro di te.
Le due cose non si escludono.
E ci sono situazioni in cui può servire altro, e quell'altro va cercato senza esitare.
Io ti sto solo dicendo che, insieme a quello, c'è anche un'altra direzione da guardare, e che quasi nessuno ti dice che esiste.
L'ho imparato da mio figlio
Tutto questo non l'ho letto su un libro.
L'ho imparato da Davide, mio figlio, che ho adottato nel 2008 quando pesava qualche chilo in più dei 790 grammi della nascita, e che per anni ha continuato a mostrarmi cose di me che probabilmente non sarei riuscito a vedere da solo. Osservando le mie reazioni nella relazione con lui, ho trovato la mia rabbia e il mio dolore, chiusi in uno scrigno segreto che non sapevo neanche di avere.
Ne ho scritto qui: Genitori e figli.
Da allora, ogni volta che lavoro con un genitore o con un figlio, visto che tutti noi siamo figli, la domanda che mi porto in sessione è sempre la stessa: che cosa ti sta mostrando questa relazione su di te?
E tuo figlio, che cosa ti sta facendo vedere? Non rispondere subito. Lascia che la domanda lavori dentro di te qualche giorno e lascia che le risposte affiorino in modo naturale.
Se senti che parla di te, il 6 settembre ci troviamo per Alchimia della Relazione Genitoriale. È una giornata in cui guardiamo insieme che cosa i figli rivelano dei genitori, come le ferite entrano nella relazione e la trasformano, e come si impara a smettere di scaricarle su di loro.